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InConnection Art Centre

Inaugurazione dello studio di Britta Winkels, Bassano in Teverina, sabato 19 gennaio 2019

SETUP Contemporary ArtFair, Bologna, January 2017

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http://www.setupcontemporaryart.com/2017/

InConnection Art Centre partecipa a SETUP Contemporary ArtFair, Bologna, January 2017 in collaborazione con “3)5 Arte Contemporanea”, Sippiciano Graffignano, VT, esibendo lavori di Paolo Damiani e Lucrezia Testa Iannilli.

 

Mostra Collettiva, settembre 2016

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Maddalena Mauri e Sabina Scapin all’InConnection Art Centre, 27 novembre e 4 dicembre 2016

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Maddalena Mauri

Maddalena Mauri nasce a Roma nel 1962, vive e lavora a Viterbo.
Esordisce nel 1990 esponendo nelle mostre Progetto, a Civitella d’Agliano, e Fragmenta a Palazzo Valentini, a Roma. E’ del 1991 la sua prima personale per la Galleria Miralli, a Palazzo Chigi Albani, a Viterbo, curata da Simonetta Lux.
Nel 1993 Enrico Crispolti la invita al Premio Suzzara. Sempre nel 1993 la sua prima personale all’estero, in Francia, è a Lione presso la Galerie Jacasse.
Nel 1997 Gianluca Marziani la invita ad esporre ad Aperto97 al Flash Art Museum di Trevi ed alla mostra Altri lavori in corso, presso la Galleria Rossi Lecce di Roma.
Nel 2000 partecipa alle mostre Dalla Mini al mini, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, ed Extra Vergine of Contemporary Art, al Flash Art Museum di Trevi.
Nel 2002, a cura di Simonetta Lux e Gianluca Marziani, presenta la personale Dieci presso il Museo Laboratorio dell’Università La Sapienza di Roma. E’ in questo anno che il disegno in tutte le sue forme diventa il centro della sua ricerca. Si tratta di un’evoluzione desiderata e meditata: è la creazione di una scenografia, di un gioco barocco che grazie ad una relativa “bellezza” dovrebbe fermare, per un attimo, lo spettatore in un ambiente di meditazione temporanea, come transitoria è la materia di cui è composta. Terre e grafite, polveri, materiali difficilmente controllabili che non danno la certezza della riuscita, il tempo relativamente breve a disposizione, l’impossibilità quasi assoluta di ripensamenti, un notevole dispendio d’energia fisica: sono questi i fattori che rendono l’impresa una sfida assolutamente stimolante che Maddalena Mauri non sente mai d’aver vinto.
Nel 2004 Simonetta Lux la invita ad esporre nella mostra Incantesimi presso il Palazzo Farnese di Bomarzo. Nel 2005 Vittorio Sgarbi la invita alla mostra Il Male – Esercizi di pittura crudele, presso la Palazzina di Caccia di Stupinigi, opera dell’architetto Juvara, nei pressi di Torino. Nel 2008 prende parte alla mostra Les Fleurs du Mal, 1857-2007, per Charles Baudelaire, patrocinata dall’Ambasciata di Francia e curata da Roberto Savi. Nello stesso anno ancora quattro personali: Mauri Maddalena Carte e disegni a cura di Roberto Savi presso Palazzo Bellarmino a Montepulciano; Come se, curata da Simonetta Lux, presso la Giovanna Scappucci arte contemporanea di Viterbo; White noise, presso la Galleria Rossi Lecce a Roma, a cura di Gianluca Marziani; There’s nothing, presso la Galleria Miralli di Viterbo. Nell’agosto del 2009, con la cura di Antonio Arevalo, espone al Karlin Studios di Praga la prima di una serie d’installazioni ambientali in polvere di grafite e terre colorate dal titolo Una storia strettamente personale. Nel 2011 partecipa al Water Tower Art Fest di Sofia con il progetto Fragile, nello stesso anno espone all’Istituto Italiano di Cultura di Shanghai e alla galleria Galzenica a Zagabria. Ancora nel 2011, per la galleria Il Ridotto di Serena Achilli, produce l’installazione Qualcosa che riguarda noi. Nel 2012 l’Istituto Italiano di Cultura di Sofia promuove la sua partecipazione al Water Tower Art Fest di Sofia per il quale produce la prima installazione della serie Magic moments.

Alcuni suoi lavori sono esposti alla Mostra: “Il lavoro delle donne” Capolavori dalle raccolte d’arte della CGIL, Palazzo della Ragione, Piazza Erbe, Mantova, attualmente in corso.

Per conoscere il lavoro di Maddalena Mauri: sites.google.com/site/maddalenamauri/

Sabina Scapin

Fotografa, Napoli 1966

Vive e lavora a Viterbo

2002

I luoghi della vita – Comune Poggio a Caiano – Prato (Concorso fotografico)

2003

Fondatrice dell’Associazione Culturale Studio Fontaine

Teatro India – Vegnerà un Cristo? Ninni Bruschetta a cura di Maurizio Buscarino

Declinazioni teatrali- Teatro di Rom?

2004

Vitarte – Digressione sul nudo

Tracce – Carmengloria Morales – Foto e Video

Festival di Blera – Fotografie di Enrico Castellani Michael Goldberg a cura di Antonio Arevalo

2006

Enrico Castellani – Roba da chiodi – Studio Fontaine Viterbo

Risonanze 1 – Enrico Castellani – Auditorium Parco della Musica – Roma

Enrico Castellani – Museo Pushkin delle Belle arti- Mosca

2007

Chiesa del Gonfalone in Viterbo – Ciclo pittorico del Battista – Ministero Beni Culturali- Beta Gamma Editore

Teodosio Magnoni – Scultori a Brufa – Perugia

2008

Grazia Varisco – Strappo alla regola – Studio Fontaine Viterbo

Obiettivo Donna – Comune di Milazzo a cura di Barbara Martuscello

2009

Dialoghi d’Accanto – Palazzo Gatti Viterbo

Svolge l’attività di fotografa come libera professionista.

Gregor Cuerten: Mostra Personale presso l’InConnection Art Centre dal 13 novembre (Vernissage) al 20 novembre 2016 (Finissage)

InConnection Art Centre, Via Gramsci 65, Orte Domenica 13 novembre 2016, ore 16.00, Vernissage della Mostra di GREGOR CUERTEN, Artista Tedesca, spesso ospite da Angelica's B&B (Casa Angelica) a Porchiano del Monte, dove ha creato gran parte delle opere esposte. Domenica 20 novembre 2016, Finissage della Mostra, ore 16.00

 

Domenica 13 novembre 2016, ore 16.00, Vernissage della Mostra di
GREGOR CUERTEN, Artista Tedesca,
Domenica 20 novembre 2016, Finissage della Mostra, ore 16.00

GREGOR CUERTEN  (Versione italiana)

L‘opera artistica di Gregor Cürten si sviluppa lungo un periodo di alcuni decenni. I movimenti di protesta sociale degli anni ‘60 e ’70 sono stati decisivi per la sua fase iniziale. In questo contesto storico è nata la sua convinzione che l’arte dovrebbe mantenere le distanze da un ordine sociale dove ogni tratto negativo è soppresso e la dimensione estetica è messa al servizio della esistente repressione generale. Di conseguenza l’artista non è coinvolto nel confermare una visione del mondo che si è esaurita in gesti puramente retorici. Molti dei suoi lavori sono freddi, persino gelidi, provocanti nella loro asperità senza compromessi e senz’altro dediti ad un’esperienza che comincia dove la superficie protettiva di un’estetica puramente esteriore mostra le sue crepe. A volte sembra che l’artista letteralmente spelli il corpo dell’opera e dei suoi protagonisti in modo da esporre quelli che potrebbero essere definiti i resti oscuri dell’esistenza umana. Si apre uno spiraglio su un mondo inquietante che mostra aspetti tragici e oscuri, su un mondo dove strade che conducono a un’esistenza migliore sono ben difficili da trovare. Vicino spiritualmente al pessimista francese (sic!) E. M. Cioran, l’artista si vede come parte di una realtà dove le ferite e il dolore sono costantemente destinati a tornare. …

Ogni ragionamento artistico che è focalizzato con tanta insistenza sugli aspetti problematici dell’esistenza ci raggiunge al di là di una prospettiva puramente estetica o intrinsecamente artistica. Ogni interpretazione dovrebbe tenerne conto. Chiunque volesse capire quali origini di esperienza siano qui decisive, non può prescindere dal contesto biografico dell’artista, sebbene in questo caso così come nell’arte in generale, semplici relazioni causali soni fuori questione. Gregor Cürten appartiene a una generazione cresciuta nell’immediato dopoguerra e perciò messa a confronto con l’eredità irrisolta del Terzo Reich. Nonostante il tabù di non poter parlare dell’accaduto – sostenuto da gran parte degli esecutori così come dalle vittime – e proprio tramite questa mancanza di interazione, i conflitti irrisolti sono stati trasmessi inconsciamente alla generazione successiva. Non essendo stata partecipe, questa generazione nata dopo la guerra ha dovuto comunque portare il peso di questa catastrofe storica e sforzarsi di comprendere l’incomprensibile. Anche se questo contesto non può essere l’unico prerequisito per capire l’opera di Gregor Cürten, senza ombra di dubbio si può affermare che l’artista si è sempre confrontato con le questioni del recente passato storico. Questo è evidente, per esempio, in una serie di opere, dove egli usa vecchie fotografie di varia gente, in parte proveniente dal suo ambiente sociale. Anche questi soggetti danno l’impressione di essere passati attraverso un processo di analisi rivelatrice dove è stato tolto strato su strato. I loro visi e abiti spesso mostrano superfici screpolate e fissurate; in alcuni casi si ha l’impressione di guardare delle vittime carbonizzate le cui fisionomie mostrano trame piene di scorie. In questi casi l’opera fornisce un commento che presenta le persone come soggetti di esperienze traumatiche che continuano ad esistere sotto la superficie artificiale della rappresentazione fotografica della vita quotidiana.” Hans Zitko, Painting Attacked, p 43 and p51, in: Beziehungsweisen, Berlin 2014

“… Le opere di Gregor Cürten sono oggettive o figurative e quindi si riferiscono a qualcosa fuori dalla sua condizione personale o dal suo stato d’animo. (…) Spesso lui trae inspirazione da immagini di album di famiglia, da materiale ordinario d’archivio e fotografie di giornali o da ritagli d’immagini scoperte per caso nei frammenti di locandine sui muri o nei ritratti degli ovali appanati sulle lapidi. …

Lo scomparso psicoanalista etnologico Fritz Morgenthaler, amico dell’artista, scrisse una volta che l’analista è ‘l’ospite attardato’ che trae conclusioni dai resti e dagli scarti di un banchetto già consumato. L’analista dell’immagine – e così vorrei chiamare Gregor Cürten – è a sua volta un ospite attardato in questi nostri tempi sazi d’immagini. Egli osserva le immagini distrattamente scartate, i relitti collettivi e non assimilati e cerca di dare loro voce producendo un riverbero nelle sue opere, invitandoci ad ascoltarne l’eco.” Rosa von der Schulenburg, Day Drawings,p. 123 and p. 125, in: Beziehungsweisen, Berlin 2014

GREGOR CUERTEN (English version)

Gregor Cürten‘s aristic development stretches over several decades. The emerging social critical movements of the 1960’s and 1970’s were very important for its beginnings. In this historical context, he became convinced – and still is – that art should keep its distance from a societal order that denies its negative traits and wants the aesthetic sphere to serve the existing general repression. Consequently the artist is not involved in the mere maintenance of a world view that has exhausted itself in rhetorical gestures. Many of his works are chilling, even frosty, provocative in their uncompromising harshness and committed in any case to an experience that begins where the protective surface of superficial beauty breaks down. Occasionally it seems that the artist literally is skinning the body of the picture and the protagonists it depicts, to expose what could be labelled the dark dregs of human existence. A view is opened to a disturbing world that displays dark and tragic features, one in which roads to a better existence are hard to find. Spiritually close to the French pessimist E.M. Cioran, the artist views himself as part of a reality in which the injurious and the painful are steadily destined to return. …

Any artistic thinking that focuses with (such) insistence on the problematic aspects of our existence reaches beyond a purely aesthetic perspective or one that is intrinsic to art. Interpretation must take that into account. Those who want to understand which sources of experience are decisive here cannot bypass the artist’s biographical context, although in this case, as in art in general, simple causal relationsips are out of the question. Gregor Cürten belongs to a generation that grew up in the immediate postwar period and thus was confronted with the unresolved legacy of the Third Reich. Regardless of the taboo against speaking about what had happened – widely upheld by the perpetrators as well as by their victims – through this very lack of interaction the unmastered conflicts were passed on unconsciously to the next generation. Non-participants themselves, this generation born after the war nevertheless had to bear the burden of the historic catastrophe and as non-participants struggled to comprehend what was incomprehensible. Although certainly this context cannot be taken as the only prerequisite of Gregor Cürten‘s work, with no lesser certainty it must be stated that the artist always has been preoccupied with the problems of recent history. This becomes clear, for instance, with a set of pictures for which he used older photographs of different people, some from his own social circles. These individuals too, give the impression of having undergone a process of revealing analysis, in which layer by layer has been removed. Their faces and clothing often display chapped or fissured surfaces; in some cases one has the impression of looking at burn victims whose physiognomies show slag-like textures. Here the pictures provide a commentary that presents the people as subjects of traumatic experiences that continue under the artificial surface of the photographically rendered reality of everyday life. ”Hans Zitko, Painting Attacked, p 43 and p51, in: Beziehungsweisen, Berlin 2014

“… Gregor Cürten‘s pictures are objective or figurative and thus refer to something outside his personal condition or inner mood. … (He) frequently finds inspiration in the images of family photo albums, everyday archival material and newspaper photos or from randomly discovered ‘remnants of pictures’ in the poster fragments on walls or the paled portraits behind the murky medallion shape of a headstone. Not least it is the sight of what occupies him in reality that supplies the motif for his fundamental topic: time. …

The late ethnological phychoanalyst Fritz Morgenthaler, who was a friend of the artist, once wrote that the analyst is the ‘belated guest’ who draws conclusions from the leftovers and the traces of consumption remaining on the once newly set table. The picture analyst – and thus I would like to call Gregor Cürten – also is a belated guest in our image saturated era. He views the pictures that have been carelessly tossed aside, the collective and undigested relics of pictures and seeks to make them speak by producing a reverberation in his pictures, inviting us to listen to the echo. Rosa von der Schulenburg, Day Drawings,p. 123 and p. 125, in: Beziehungsweisen, Berlin 2014

Mostra Personale M. LEVITTOUX, 8-23 ottobre 2016. Vernissage: 8 ottobre ore 17.00

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M. LEVITTOUX

M. Levittoux è un’artista in viaggio verso un luogo che rispecchi la profondità emotiva e l’intuizione intellettuale che caratterizzano la sua pittura.

Figlia dell’artista polacca Barbara Levittoux-Swiderska, la cui arte Levittoux definisce ‘rigorosa’ in contrasto al suo proprio ‘frenetico’ approccio alla pittura, Levittoux ottenne un tale successo all’esame pratico d’ingresso all’Accademia di Belle Arti di Varsavia che poté permettersi di tralasciare quello teorico.

Con una laurea in pittura sotto braccio, Levittoux lascia la Polonia spinta da quella curiosità che contraddistingue ancora il suo lavoro: ’era come vivere in una cantina da dove si sentiva che al piano di sopra c’era una festa a cui si aveva voglia di partecipare’, ricorda dei suoi anni d’accademia. Grazie all’invito di un collega inglese, si trasferisce a Londra e s’iscrive alla prestigiosa scuola d’arte Byam Shaw, che è ora parte del Central Saint Martin.

Al Byam Shaw scopre le gioie di dipingere dal vero e una fervente atmosfera creativa. A differenza di molti altri artisti della sua generazione, però, non si lascia distrarre dalla scintillante scena londinese. Per lei, la libertà che l’arte concede rimane il valore più grande per un artista: ‘il tempo che ho per dipingere è il mio bene più prezioso’, dice.

Giardiniera appassionata, capace di coltivare verdure anche su una terrazza di Stockwell, Levittoux è un’abile artigiana, che ha imparato a preparare da A a Z le tele su cui dipinge. Stanca di quella che definisce il ‘mito urbano’ di Londra, decise ad un certo punto di trasferirsi in un luogo più tranquillo dove ‘la natura può ancora offrire sorprese’.

Lo trovò inizialmente in una casa di famiglia nella regione dell’Ariège, tra gli scoscesi Pirenei francesi, dove rimase per dieci anni, creando un giardino e una serie di stampe e acquarelli che ritraggono i residenti e la zona, e il suo amato cane, Marty.

Levittoux è una pittrice-disegnatrice. Ugualmente a suo agio davanti a grandi tele che riempie di colori accesi, o con i pennelli rapidi dell’acquarello, è abilissima nelle tecniche di stampa. Adatta con successo il suo stile ai vari media in cui lavora. Nel suo studio grandi paesaggi ad olio, come Summer Garden 160x140cm in cui la figurazione vira all’astrazione, vivono accanto a xilografie expressioniste che trattano caratteri e temi sociali, come l’attualissimo Refugee Boat 100x80cm

La tecnica xilografica, che era parte del curriculum accademico in Polonia ed ha una lunga tradizione nell’Europa nord-occidentale, è immediata per Levittoux, i cui modelli in questo campo sono, in particolare, Emil Nolde ed Ernst-Ludwig Kirchner.

Una multitude di riferimenti storico-artistici entra nella sua eclettica pratica artistica: dalla pittura luminosa ed idiosincratica del francese Pierre Bonnard all’internazionalismo espressionista di Chaim Soutine, fino al contemporaneo Per Kirkeby, un versatile artista danese che intrattiene un affascinante dialogo tra figurativo e astratto.

Levittoux rifiuta di aderire ad una tradizione artistica in particolare. ‘Se mai, vorrei creare una nuova tradizione’, dice, ‘come fanno tutti i miei colleghi. Certo che mi nutrisco anch’io di tradizione, che quello che fanno altri artisti, sia passati che contemporanei, mi stimola moltissimo … ma per quanto riguarda il mio stile, non ci penso un granché. La sola cosa che m’interessa veramente sono I miei soggetti’.

Il suo lavoro è rigoroso, al contempo risoluto e riservato. Combina l’abilità di catturare la natura attraverso un’acuta osservazione con la capacità di lasciarle parlare il proprio linguaggio, quello di luce e colore. Dipinge ora su tele già preparate che possono essere velocemente srotolate per permetterle di mettersi subito a lavorare sui motivi che l’ispirano.

Levittoux considera tutti i suoi soggetti, inclusi i paesaggi, dei ritratti e descrive a che punto sia emozionante per lei ‘lasciarsi assalire’ da ciò che vede. Parlando di un dipinto come Oak Tree (112×112 cm), che impressiona per la combinazione del grande formato e delle striature miniaturistiche, Levittoux dice: ‘ciò che m’interessa non è dipingere l’idea di un albero, ma quest’albero in particolare, con i suoi elementi distintivi.’

Quando decise di lasciare Ariège, si diresse verso sud in ricerca di un posto più luminoso e leggero. In un caldo pomeriggio estivo, mentre era in visita ad amici in Umbria, scopre il Lago di Bolsena e s’innamora della sua regione. ‘Mi sono innamorata dell’Italia come se fosse un uomo … come fanno in tanti’. Il suolo vulcanico del lago le offre terreno fertile per coltivare e dipingere al contempo.

Il fascino sorprendente dei luoghi e della popolazione rispecchiano il piacevole carattere di Levittoux, che è al contempo un cuore appassionato e generoso. Una mente curiosa e ben informata, è anche tenacemente assidua. Dopo aver scoperto una fattoria in rovina a Falconero, tra Grotte di Castro e San Lorenzo Nuovo, l’ha trasformata nella casa-studio dove, negli ultimi otto anni – giorno dopo giorno, mese dopo mese, stagione dopo stagione – ha creato tanti ritratti di persone e luoghi vicini.

I lavori fatti a Falconero mostrano un’artista che è arrivata nella culla del Rinascimento italiano dalla Polonia sovietica attraverso la praggmaticità brittanica. L’impirismo inglese è lo sfondo dell’arte della Levittoux che ammira la capacità di ‘creare immagini potenti con mezzi delicati’. Libera dai dettami del Realismo sovietico e di classicismi idealizzanti, la sua ricerca s’indirizza a cogliere la magnificenza inaspettata di piccole cose e luoghi, come è il caso per i suoi ritratti di Grotte di Castro, che sembrano esser stati dipinti in maniera aerodinamica, ma fatti, in realtà, en plein air.

La natura è la sola linea guida di M. Levittoux, che rifiuta di pre-determinare la sua strada. ‘Non mi è mai piaciuto dirigere il mio lavoro’, dice, convinta che ‘nuovo lavoro è generato da quello già fatto, passo dopo passo, diligentemente ma sempre con entusiasmo’. Levittoux percorre un luminoso camino nel quale essere artista resta ‘una scelta da confermare ad ogni incrocio’.

Silvia Loreti, Bolsena, agosto 2016

Silvia Loreti è una studiosa e curatrice indipendente che vive a Londra con suo marito, Ronan e le loro due bambine, Eva Sophia e Eleonore. Dottoratasi al Courtauld Institute, è stata Assistente curatrice nel Dipartimento di pittura e scultura del Museum of Modern Art, New York, dove ha lavorato alla mostra Picasso Sculpture (MoMA 2015). Ha insegnato e presentato i suoi lavori in istituzioni accademiche in Gran Bretagna, Francia, Italia e USA ed è co-autrice di Antiquity Made Modern: Picasso, de Chirico, Léger and Picabia (Getty Los Angeles e Musée Picasso Antibes). Soggiorna regolarmente a Bolsena sin dall’infanzia. Questo saggio è basato su un’intervista da lei condotta in inglese con M. Levittoux nell’agosto 2015.

M. Levittoux

M. Levittoux has travelled a long way to arrive at a place that reflects her emotional depth and intellectual acuity.

The daughter of Polish artist Barbara Levittoux-Swiderska, whose practice she defines as ‘rigorous’ as opposed to her own ‘frenetic’ approach to painting, Levittoux performed so brilliantly in the practical entry exam for the Warsaw Academy of Fine Arts that she could disdain the theoretical side of the admission process.

After obtaining a degree in painting, she left Poland for England led by a curiosity that still defines her artistic practice. ‘It was like living in a cellar and hearing a party going on upstairs; you’d really like to take part in it but you can only hear the noises’, she remembers of those years. Following the invitation of an English colleague, she moved to London and enrolled in the prestigious Byam Shaw Art School, now part of Central Saint Martin.

At the Byam, Levittoux discovered the joys of life model classes and of a buzzing creative atmosphere. Yet unlike many artists of her generation, she resisted the distractions of London’s glittering art scene, valuing the freedom of artistic life above all else: ‘time for painting is my most precious possession’, she still says.

A fervent gardener, who once grew vegetables on a terrace in Stockwell, Levittoux is a skilled artisan who relished in preparing her own canvases and primers. After a while, she grew tired of London’s ‘urban mystique’ and sought a slower paced context in which ‘nature could still offer unexpected surprises’.

She first found it in a family house set within the arduous mountains of Ariège, in the French Pyrenees. She remained there for ten years, gardening and making prints and watercolours of the local residents and surroundings, as well as of her beloved dog, Marty.

Levittoux is a painter-draughtsman. She is equally at ease with large canvases that she fills with boisterous colours, quickly sketched watercolours and with the technical prowess required by printing. She adapts her style to the various media in which she works. In her studio, large oil landscapes, such as Summer Garden, in which figuration verges on abstraction, coexist next to expressionistic linocuts in which social characters and issues emerge dramatically out of black and white contrasts, as in the topical Refugee Boat.

The linocut technique, which was part of the academic curriculum in Poland and has a long tradition in northeast Europe, comes naturally to Levittoux. Her models here are, in particular, Emil Nolde and Ernst Ludwig Kirchner.

A variety of references informs her practice: from the idiosyncratic French painter Pierre Bonnard, whose luminosity pervades her paintings, to Chaim Soutine, whose internationalism and expressionist style are reflected in her life and art, and the Danish polymath Per Kirkeby, who entertains a fascinating dialogue between abstraction and figuration.

However, Levittoux resists following a particular pictorial tradition. ‘If anything I want to create a tradition, as do all of my fellow painters’, she says, ‘I nourish myself with tradition, I get a huge thrill from looking at other painters, both past and present … but my style, I never give it a thought. It’s all about the subject’. Her rigorous work is both assertive and restrained. It combines the ability to seize nature by acute observation with a capacity to let things speak for themselves by means of light and colour. She now paints on pre-primed canvases that can be quickly stretched to allow immediate responses to new motifs.

Levittoux considers all of her subjects, including landscapes, as portraits and describes the excitement of ‘being assaulted’ by the visible in her work. Discussing a painting such as Oak Tree (112×112 cm), which impresses through its combination of a large format with the miniature effects of engraving-like striations, she says: ‘I don’t want to represent the idea of a tree; I want this particular thing with its distinctive elements’.

When she decided to leave Ariège, she travelled south in search of light and lightness. It was while visiting friends in Umbria that, on a hot summer day, she discovered the cool waters of Lake Bolsena and fell in love with its region: ‘I fell in love with Italy as if it were a man … as so many do’, she admits. The region’s dark volcanic soil offers her a fertile terrain for both painting and gardening.

The surprising charm of the local landscape and population mirrors her amiable nature, passionate and kind at the same time. A vastly knowledgeable and inquisitive mind, Levittoux is assiduously tenacious. Having discovered a large farmhouse in Falconero, between Grotte di Castro and San Lorenzo Nuovo, she laboriously transformed it into the home and studio where, for the past eight years – day after day, month after month, season after season – she has been making large portraits of her friends and vicinity.

The work that she has made since her arrival in Falconero shows an artist who has travelled from Soviet Poland to the cradle of the Italian Renaissance via pragmatic Britain. English empiricism is the backdrop of her art, for she admires ‘mighty pictures made with delicate means’. Free from the expectations of Socialist Realism and of idealistic classicisms, she has a romantic spirit that strives to discover the unanticipated magnificence of smaller things and places, as in her paintings of Grotte di Castro, an old Etruscan village portrayed in seemingly aerial views that have in fact been painted en plein air..

Nature is Levittoux’s sole guiding thread. She refuses to pre-determine her route: ‘I never had an inclination for directing my work’, she says. She is convinced that ‘new work generates from what has already been done, step by step in diligent yet intriguing ways’. She is walking a bright path where being an artist remains ‘a choice to be confirmed at every crossroad’. Silvia Loreti, Bolsena, August 2016

Silvia Loreti is an independent scholar and curator based in London, where she lives with her French husband and their two daughters. She holds a PhD from The Courtauld Institute of Art and was Assistant Curator in the Department of Painting and Sculpture at The Museum of Modern Art, New York, where she worked on the exhibition Picasso Sculpture (MoMA 2015). She has taught and lectured in Britain, France, the USA and Italy and has contributed articles to The Burlington Magazine and Harper’s Bazaar. She is co-author of Antiquity Made Modern: Picasso, de Chirico, Léger, Picabia (Getty Villa Los Angeles and Musée Picasso Antibes). She has been holidaying in Bolsena since childhood. This essay is based on an interview that she conducted with M. Levittoux in August 2015.

Vedere anche:  http://justbaked.bakeagency.it/2016/09/29/arte-margherita-che-abita-nella-pittura/